M.G.
Persona ex-detenuta — Campania
Cattiva madre. È la prima cosa che ho letto negli occhi di tutti. Anche di chi avrebbe dovuto aiutarmi.
Ho sbagliato. Non cerco scuse e non cerco sconti: il peso di quello che ho fatto è mio e me lo porto addosso ogni mattina. La mia storia è iniziata molto prima di quel reato, in una casa che era diventata una prigione prima ancora del carcere, ma questo non cancella la mia scelta. Ho chiesto aiuto per anni e non è arrivato nessuno, ma alla fine sono stata io a compiere quel passo, e sono stata io a spezzare la vita della mia famiglia.
Quando sono entrata in cella, i miei figli avevano nove e undici anni. Me li hanno tolti perché in quel momento ero io il pericolo. Il carcere, come istituzione, è una macchina che ignora il dolore; è fatto di burocrazia e silenzi che schiacciano tutti, anche chi ci lavora. Eppure, in quel vuoto, ho incontrato qualcuno che mi ha parlato di giustizia riparativa. All'inizio pensavo fosse un modo per pulirsi la coscienza, ma mi sbagliavo. È l'esatto contrario.
Il carcere ti chiede di subire una pena; la giustizia riparativa ti chiede di farti carico del danno. Non si tratta di cancellare il passato — quello è impossibile — ma di smettere di scappare dal dolore che hai causato. Ho dovuto guardare quel disastro dritto negli occhi, senza lo scudo delle sbarre.
Adesso che sono fuori, la vera pena continua. I miei figli sono le vittime di tutto questo. Con la piccola è una faticosa risalita, fatta di pianti e di piccoli passi per ritrovarci. Con il grande, invece, c'è ancora quel muro di cemento. Il suo silenzio è la sentenza più dura che io abbia mai ricevuto, perché so di averlo causato io. Mi guarda come una sconosciuta che gli ha rubato l'infanzia.
Ma è proprio qui che il percorso riparativo mi aiuta a non mollare. Sto imparando che "riparare" non significa tornare come prima, ma stare in quel dolore insieme a loro, se e quando me lo permetteranno. Stiamo provando a ricostruire sulle macerie, ed è un lavoro che tocca a me. Se oggi c'è una speranza, non è grazie a un sistema che mi ha rinchiusa sperando che il tempo risolvesse tutto. È merito di quella voglia di rimediare che ho trovato dentro di me, e di quelle persone che mi hanno insegnato che, anche dopo un crimine, si può smettere di essere solo un numero di matricola per tornare a essere, faticosamente, un essere umano.