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Lettera della fondatrice

Humanitas: riconoscersi umani

Giulia Troncatti

  • Presidente dell'Associazione

Humanitas in latino non significa semplicemente “umanità” nel senso di “totalità di persone sul pianeta”, ma esprime il sentimento che ci fa riconoscere reciprocamente come esseri umani e che ci chiede di essere umani gli uni con gli altri. 

Banale? Scontato? Semplice? Non quando “l’altro” è in prigione.

Forse sorprenderà che per raccontare questo progetto io decida di partire dal concetto di humanitas e non dal mio primo ingresso in un istituto di pena, ma se non avessi in qualche modo avvertito questo sentimento anche prima di entrare fisicamente in carcere, probabilmente non me ne sarei mai interessata. Il vero punto di partenza per me è stato, in realtà, un’esperienza assolutamente comune: nel passaggio tra infanzia e adolescenza ho cominciato a maturare una certa insoddisfazione nei confronti delle etichette e a intuire che slogan come “buoni” e “cattivi”, per quanto rassicuranti, non restituivano la complessità delle persone con cui mi relazionavo e che sentivo anche dentro me stessa. Entrare in carcere mi ha solo resa più consapevole di quanto fosse vera e potente quell’intuizione.

Sono entrata in un istituto di pena per la prima volta nel 2021, al primo anno della laurea magistrale, quando ho iniziato a fare la tutor universitaria per il Progetto Carcere dell’Università degli Studi di Milano. Il mio compito sarebbe stato assistere gli studenti di Lettere nella preparazione degli esami universitari, procurando loro i libri necessari e prendendo accordi con i professori di riferimento. Quando ho saputo del progetto, vi ho aderito subito, spinta dal desiderio di mettere le mie competenze al servizio di una nobile causa e, lo confesso, da quella curiosità indiscreta che anima tutti gli amanti del genere “crime”. Non mi sarei mai aspettata che quell’esperienza, iniziata quasi per gioco, riorientasse in modo così deciso il mio percorso di vita.

Entrare in carcere ha significato per me realizzare che quei “mostri” che ci vengono raccontati dalle narrazioni sensazionalistiche dei telegiornali non sono altro che persone. 

Non persone di serie b, non persone deficitarie di qualcosa, solo persone, persone che hanno sbagliato, che hanno commesso anche degli atti atroci, ma persone. Ora, mentre scrivo, mi pare una realizzazione banale, eppure allora non lo era, così come oggi ancora non lo è per molti.

Penso a Carlo che ha ucciso ma che è anche uno studente universitario che passa ore in cella a leggere i classici e attraverso lo studio ha trovato un modo per ripensare al suo reato, per guardarlo in faccia. Dico questo perché Carlo esiste ma la sua storia non finirà mai in televisione — eppure è reale quanto qualsiasi altra, e ci dice qualcosa che le narrazioni sensazionalistiche non dicono: che le persone sono complesse, anche dentro.

Storie come quella di Carlo sono più comuni di quanto si pensi. E spesso, a guardarle bene, raccontano anche un’altra cosa: il carcere è frequentemente il punto di arrivo di vite che non hanno avuto reti — né famiglia stabile, né scuola, né lavoro, né accesso alla salute mentale. Una forma di welfare di bassissimo rango, che interviene solo quando è già troppo tardi. Tenerlo a mente non significa giustificare, significa capire. E capire è l’unico modo per fare le cose diversamente.

Riconoscerci una comune umanità con chi ha commesso dei reati, soprattutto se particolarmente violenti, è così difficile perché ci obbliga a interrogarci su noi stessi, su chi siamo e su chi saremmo se avessimo avuto dei percorsi di vita diversi. Ma soprattutto ci obbliga a prenderci la responsabilità del modo in cui queste persone, non animali, non mostri, non etichette, si trovano a scontare la loro pena all’interno degli istituti del nostro paese. Ci obbliga, come cittadini, a chiederci che tipo di giustizia e di società vogliamo e cosa succede oltre i muri di cinta, nelle periferie delle nostre città.

Io ho fatto questo, né più né meno del mio dovere civico: mi sono informata. Da quel giorno fino a oggi, ho continuato a entrare in carcere, ma soprattutto ho approfondito ciò che accade all’interno degli istituti di pena italiani. Esistono report approfonditi e dettagliati, esperti del settore e persone ex detenute che offrono la loro testimonianza e denunciano le atrocità che si verificano ogni giorno grazie all’indifferenza complice della società civile. Le violazioni dei diritti umani fondamentali sanciti dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani sono all’ordine del giorno: mancano salute, lavoro, accesso all’istruzione, spazi, reali opportunità. L’Italia è già stata condannata per la violazione dell’Articolo 3 della Convenzione Europea, che proibisce la tortura e i trattamenti disumani o degradanti, in decine e decine di occasioni: solo tra il 1959 e il 2023, le condanne specifiche per trattamenti inumani sono state oltre sessanta. Le realtà, certamente, non sono tutte uguali, ma la tendenza generale è molto preoccupante, soprattutto se si considera il numero dei suicidi che abbiamo ogni anno. Sono tutte persone che, come società civile, noi abbiamo sulla coscienza. Dobbiamo ricordarlo.

Qualcuno di voi penserà che queste persone abbiano fatto delle scelte, che la società ha il diritto di proteggersi, che chi sbaglia deve pagare, che un certo grado di durezza è necessario perché la giustizia sia davvero giustizia e non semplice clemenza. Ma qual è il limite? Chi lo decide? Lo decide la legge, in particolare la Costituzione, che su questo punto è molto chiara: l’articolo 27 recita: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.” Lo hanno scritto i padri costituenti nell’immediato dopoguerra, uomini e donne che avevano vissuto la detenzione sulla loro pelle e sapevano bene cosa succede quando lo Stato perde di vista la dignità umana.

Quanto alla sicurezza, lungi da quanto afferma un certo tipo di retorica politica, il continuo inasprimento delle pene non favorisce la sicurezza, ci rende solo meno umani. 

Ad oggi i dati sulla recidiva ci raccontano che sette persone su dieci che escono dal carcere in Italia commettono un nuovo reato. Il nostro sistema non solo non funziona, ma produce attivamente più criminalità, perché le carceri diventano delle vere e proprie “scuole del crimine” in cui fare carriera e relazioni. Pensate che spendiamo denaro pubblico — circa tre miliardi l’anno — per restituire alla società persone più pericolose di quando sono entrate e ogni recidiva produce una nuova vittima reale.

Le vittime e il loro dolore, a tal proposito, non possono rappresentare la scusa dietro cui uno Stato si scherma per essere lui stesso carnefice. Le vittime non vanno strumentalizzate, ma rispettate e tutelate, attraverso politiche che garantiscano sicurezza (quella vera!) e supporto nel superare lo strappo generato dal reato.

Ma cosa significa, concretamente, “superare lo strappo”? Significa chiederci se davvero rispondere al dolore con altro dolore — alla violenza con la violenza della pena — riesca a guarire qualcosa, o se non faccia che moltiplicare le ferite. Il Movimento Italiano Diritti Detenuti crede che esista un’alternativa: si chiama giustizia riparativa. Non è clemenza, non è dimenticare, non è far finta che il reato non sia accaduto. È qualcosa di più esigente: è mettere al centro la riparazione del danno — verso la vittima, verso la comunità, verso sé stessi — invece della sola punizione. In molti paesi questa strada è già percorsa, con risultati misurabili: meno recidiva, più consapevolezza nei responsabili, più sollievo reale per chi ha subito. Sappiamo che questo è un orizzonte lontano. Non stiamo chiedendo di aprire le porte delle carceri domani mattina. 

Stiamo chiedendo di iniziare a immaginare una società diversa: una in cui il sistema penale non sia uno strumento di vendetta collettiva, ma uno strumento di cura. 

E questo, portato alle sue conseguenze logiche, significa anche interrogarsi sul carcere stesso come istituzione: se il nostro obiettivo è smettere di rispondere al dolore con il dolore, allora dobbiamo avere il coraggio di chiederci se rinchiudere le persone — togliere loro anni di vita in condizioni spesso degradanti — sia davvero la risposta migliore, o se non sia semplicemente la risposta più comoda, quella che ci permette di non guardare. Il Movimento Italiano Diritti Detenuti crede che costruire una società più giusta significhi, nel lungo periodo, lavorare verso il superamento del carcere come unica risposta al reato: non per ingenuità, ma perché i dati, la storia e la nostra stessa Costituzione ci dicono che si può fare meglio.

Ma io singolo cittadino cosa posso fare? In questi anni, più volte mi sono fatta questa domanda, scontando la frustrazione di Davide contro Golia, attraverso piccole azioni quotidiane, dal volontariato in carcere, alla condivisione della mia esperienza con persone estranee a questa realtà, al continuo aggiornamento delle conoscenze. Durante il periodo in cui ho insegnato a scuola, ho cercato, per quanto possibile, di fornire ai miei studenti gli strumenti per diventare dei cittadini consapevoli, critici, curiosi e informati. Ho cercato di lavorare sulla prevenzione, ricordando loro che non devono mai sentirsi delle etichette e sottolineando l’importanza dello studio e degli affetti per una vita sana e piena. Insegnare è un mestiere bellissimo, che mi ha dato moltissime soddisfazioni e mi ha fatta sentire utile alla costruzione della società a cui vorrei appartenere. Per un po’ mi sono pacificata in questo pensiero: che il mio contributo sarebbe stato seminare buone pratiche e aspettare che germogliassero più in là.

Dentro di me, però, sentivo che avevo qualcosa di irrisolto, che non volevo aspettare di migliorare le cose dopo vent’anni, ma agire oggi, contribuire a cambiare le cose oggi. 

Da questo attorcigliamento di budella insoluto e dall’incontro con un gruppo di persone animate dalla mia stessa fiamma, nasce oggi Movimento Italiano Diritti Detenuti, un’associazione di persone libere ed ex detenute, che intende lavorare gomito a gomito per portare una narrazione diversa e più realistica su cosa sono oggi le carceri nel nostro paese e per contribuire con pratiche attive alla tutela dei diritti per le persone private della libertà.

La nascita del Movimento Italiano Diritti Detenuti non sarebbe stata inoltre possibile senza il contributo della Fondazione Laura e Alberto Genovese, con cui ho intrecciato un dialogo prezioso e inatteso. Mi ero rivolta alla Fondazione per affrontare un problema di tossicodipendenza che riguardava una persona a me cara. Da quel primo contatto è nata una conversazione più ampia: ho conosciuto Alberto, ormai in semilibertà, e insieme abbiamo esplorato il nodo strettissimo tra dipendenze e detenzione, una piaga che colpisce in modo sproporzionato chi si trova già in una posizione di vulnerabilità e che il sistema penitenziario italiano fatica ad affrontare con strumenti adeguati. Quel dialogo si è trasformato in una collaborazione vera, e da quella collaborazione è nato il Movimento. È la dimostrazione che parlare apertamente di cose difficili — la dipendenza, il carcere, il fallimento del sistema — può aprire porte inaspettate e generare qualcosa di nuovo.

Unisciti a noi. Leggi, condividi, partecipa. Rompi il silenzio. Perché scegliere il silenzio è scegliere che le cose restino come sono. I diritti umani non si meritano. Si hanno. Sempre.

 

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