Vai al contenuto principale
Testimonianze
Sovraffollamento

A.G.

Persona detenuta — San Vittore, Milano

A messa ci andiamo tutti — atei, musulmani, evangelici, sinti. Non per fede, per convenienza: quarantacinque minuti fuori dalla gabbia. Alla fine, il prete dice 'andate in pace'. Sul serio lo dice.

Ogni domenica mattina, la porzione in fondo del raggio, quella striscia di pavimento davanti agli scaffali con i libri, si trasforma in chiesa per procura. Il neon sfarfalla come un tic nervoso, le ombre oscillano sui dorsi di manuali di diritto penale con timbri sbiaditi e sulle copertine plastificate dei romanzi rosa scaduti dal 1998. L’altare è una scrivania della penitenziaria, coperta da un centrino all’uncinetto che ha visto più caffè rovesciati che Ave Maria, due coppe dorate che riflettono il grigio del soffitto e una piantina di plastica che prova, senza riuscirci, a dire “speranza”.  

A destra, le sedie sono gli sgabelli in legno della casanza, quelli incisi con iniziali e incollati in modo che, all’impatto, si sfascino prima di sfasciare un cranio; a sinistra, la cella chiusa di uno così fuori controllo da stare in cella da solo, tutto il giorno, tutti i giorni. L’insieme sembrava quasi un’installazione.  

A messa ci andiamo tutti. Non per fede, per convenienza: quarantacinque minuti fuori dalla gabbia sono più rari dei giorni con cielo azzurro qui dentro e hanno la stessa utilità di un fazzoletto pulito quando ti sanguina il naso. Quindi ci andiamo tutti: atei come me, musulmani che altrove pregano davvero e qui contano i minuti, indiani che sorridono con gli occhi bassi, turchi con la schiena dritta, sinti con le mani tatuate, evangelici con le tasche piene di versetti a memoria. La maggioranza del raggio è una processione di scettici con un alibi. La messa è un lasciapassare: basta non far rumore, fare numero, sedersi.  

Le parole d’esordio del prete, quella domenica furono particolari. Per questo le riportai in una lettera per lei e oggi le ricopio qui: “La domenica è un giorno importante, è un giorno di festa.” Lo dice due volte, con la pausa prima di “festa”. Io mi giro, guardo le facce di quelli che ascoltano. L’attenzione è un filo che si spezza ogni tre secondi: ognuno si gode la sola cosa che vale qui dentro, lo spazio. Quasi trecento metri quadrati da attraversare con lo sguardo, tremo oggi nel ricordare che allora la consideravo una forma di libertà. Nessuno registra l’assurda, precisa violenza di quella frase. Festa. Il suono rimbalza contro i muri e rientra come aria viziata. Festa.  

Dalle celle all’altare ci sono pochi passi e un rituale logistico: ognuno si porta lo sgabello e si piazza dove vede meglio e si fa vedere meno. I piedi disegnano traiettorie precise sulle piastrelle, come se ogni settimana si calcasse la stessa pista. La domenica è un giorno di festa. E in effetti, mentre trascina lo sgabello, qualcuno attacca un coro e gli altri vengono dietro con la rapidità di chi ha bisogno di un pretesto per ridere sbagliato. “La mamma di Maometto fa i bocchì”, sulle note del ritornello da stadio che conoscono tutti, con fischi e battiti contro il legno degli sgabelli a fare da percussione. L’acustica del raggio restituisce l’eco in ritardo, tutto è coerente nella sua insensatezza: quel coro, i drappi ad uncinetto e le coppe dorate.  

Bianca legge il Vangelo più spesso di chiunque altro. Quando non legge, sta tra le file con pazienza allenata. È già stata condannata, ma ancora aspetta il trasferimento in una casa di reclusione. È calva, la pelle del cranio lucida sotto il neon; ha i seni, due promesse chirurgiche mantenute a metà; la voce strascicata tipica di molti di coloro che la chiesa ancora considera peccatori. Non ha fatto l’intervento per modificare i genitali, quindi per il sistema penitenziario è maschio. Ha modificato gli zigomi, l’ombra delle guance getta linee nuove. Unghie smaltate di rosso scuro che tremano appena quando sfoglia la sacra bibbia. 

Bianca ha ucciso il vicino del piano di sopra, quello che si lamentava degli schiamazzi. Lei riceveva i clienti in casa, e non sempre il mondo girava nella stessa direzione. Un giorno ha preso un coltello da cucina e ha salito le scale senza soffermarsi quell’attimo necessario a contare i respiri. Quell’attimo spazzato via dalla velocità con cui la cocaina fa viaggiare incontrollati i neurotrasmettitori.  

Il rischio col coltello è che, se non sai usarlo, finisci per saperlo. Il vicino ha aperto, ha detto qualcosa con la solita faccia di chi si sente in diritto, e il colpo è uscito corto, quasi timido, ma esatto. Ha inciso il punto in cui l’arteria brachiale si divide in radiale e ulnare, proprio dove si misura la pressione. Lì il corpo non perdona la geografia: bastano pochi minuti per svuotarsi. Bianca è rimasta. Ha chiamato i soccorsi con le mani bagnate, ha premuto, ha urlato parole che in tribunale contano poco.  

Io quei coltelli li conosco bene. Li tenevo sotto il materasso, a venti centimetri dalla mano destra, nel crepuscolo psicotico tra euforia e panico, pronto a fare cose che mi piace pensare impossibili quando c’è luce. Ho pensato a come si affonda la lama, a come si toglie, a come si asciugano le mani, a come si pulisce il coltello. Il cervello umano fa prove tecniche anche quando non c’è nessuno in sala. La differenza tra me e Bianca quella notte è stata un telefono che non è squillato, una porta cui non hanno bussato. Un volto che non è apparso, quella notte lì, nella forma di uno dei miei aggressori. Inesistenti e più reali di molta parte del resto della mia vita di allora.   

È stato alla messa di San Vittore che, per la prima volta in vita mia, ho capito che l’acqua viene trasformata in vino perché gli ospiti della più famosa delle spose avevano fatto fuori sei giare da centoventi litri l’una. O almeno, questo nella spiegazione del prete. “Egli manifestò la sua gloria” e dietro di me: “e ti credo, ha portato 500 bottiglie è entrato come un cazzo di eroe”.  

Il prete si lancia in una digressione pulita come un bisturi: distingue miracolo, magia e gioco di prestigio. Non comprendo – nemmeno oggi – perché al miracolo, come lui dice, spetta una dignità che alle altre due manca. Invece: la magia non esiste, il prestigio è trucco, il miracolo mistero. Gli brillano gli occhi su “mistero”. Ci mostra le mani, palmi alti, nessuna moneta nascosta, e intanto io penso alle chiavi del appuntato: quello sì che è un gioco di prestigio, fa sparire uomini in gabbie di cemento e ferro per farli ricomparire uguali tre giorni dopo. Il prete batte la lingua sul palato con una perizia che deve aver imparato in qualche seminario di comunicazione: modulazione, pause, tono basso quando dice “speranza”, tono alto quando dice “perdono”. È una ricetta, e noi siamo gli ingredienti. 

Durante la comunione, uno stereo dei cinesi — per il quale avrei firmato una cambiale a sangue — spara Einaudi al volume giusto. Credo sia “Nuvole bianche”, ma potrebbe essere qualsiasi pezzo col pianoforte che cammina dritto e non guarda ai lati. Le note si appoggiano sui corridoi come polvere. Lo guardo come un oggetto magico, un’astronave da bancarella che promette fuga e mantiene compagnia. L’ostia ha lo stesso sapore di carta sottile di quando ero bambino. Tutto sembra pensato per avere un esito: far passare il tempo in modo educato. Ma non credo ci sia una regia voluta.  

Io sono stato a non più di trenta messe in vita mia: matrimoni, qualche battesimo, poco altro. Ma quella a San Vittore ha una grammatica diversa. Ogni parola che esce dal microfono del prete è stata pesata come si pesano i farmaci: milligrammi di obbedienza, un soffio di rassegnazione, un cucchiaino di “state in gabbia e non fate casino”. Il tono è calmante, le frasi studiate per non lasciare appigli alle domande, né fessure alla rabbia. Lo ascolti e capisci che la religione, ogni religione, quando funziona, funziona come un farmaco a lento rilascio. La messa a San Vittore è la versione più pura dell’uso che da sempre chi detiene il potere fa della religione: niente metafisica, tutta sedazione.  

Quando tutto finisce, il prete dice “andate in pace”. Sul serio lo dice.  

Noi ci rimettiamo in fila con gli sgabelli in mano, il corridoio si stringe, le spalle tornano ad avere la misura giusta per la cella.