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Il Manifesto

01

“Giustizia” e “vendetta” non sono sinonimi. La vendetta risponde a un danno con un danno equivalente. Non ricostruisce nulla. La giustizia ambisce a fare qualcosa di più difficile: riparare ciò che si è rotto con il reato sia nel rapporto tra i singoli, sia all’interno della comunità. Confonderle è un errore culturale che ha conseguenze devastanti.

 

02

Il reato è uno strappo nel tessuto sociale che va riparato. La risposta retributiva e detentiva approfondisce la lacerazione, anziché ricomporla. Si può, invece, ricucire riconoscendo il danno, assumendosene la responsabilità, lavorando attivamente per ripararlo. Questo è il principio della giustizia riparativa. Non è indulgenza — è la forma di giustizia più esigente e umana che esista.

 

03

La Costituzione italiana non conosce la parola “carcere”. Chi ha scritto l’articolo 27 — persone che il carcere lo avevano vissuto sulla propria pelle — ha scelto consapevolmente la parola “pene” al plurale. Non una sola risposta, non una gabbia inevitabile: un sistema aperto, capace di immaginare forme diverse di giustizia.

 

04

L’incarcerazione dovrebbe essere solo privazione della libertà personale, non dei diritti umani. Chi sconta una pena dovrebbe mantenere i propri diritti fondamentali: alla salute, alla dignità, alle relazioni affettive, all’informazione, alla difesa legale. Non dovrebbero essere concessioni che lo Stato elargisce per buona condotta, ma diritti che lo Stato ha il dovere di garantire. Pretendere che vengano rispettati non è compassione — è esigere che la legge valga per tutti, anche nei luoghi dove nessuno guarda.

 

05

La giustizia retributiva non funziona. Il 70% di recidiva non è sfortuna: è il risultato prevedibile di un sistema che isola senza responsabilizzare, punisce senza accompagnare, etichetta senza lasciare spazio alla trasformazione. 

 

06

Nel sistema attuale, le misure alternative e non punitive - il lavoro e l’educazione - sono gli unici strumenti che funzionano davvero. Non sono premi o privilegi: sono la prova concreta che un’altra giustizia è possibile. Ogni ora di formazione dentro una cella, ogni contratto firmato dopo il fine pena, è un passo fuori dalla logica retributiva.

 

07

Il carcere non può più essere il welfare dei dimenticati. La maggior parte della popolazione detenuta proviene da contesti di povertà, disagio psichiatrico, dipendenze, marginalità. Il carcere non dovrebbe svolgere la funzione di contenimento sociale che spetta ad altri — ai servizi psichiatrici, alle comunità terapeutiche, al sostegno educativo, alle politiche abitative — eppure lo fa, senza avere gli strumenti per rispondere ai bisogni reali delle persone. Così, spesso, ne aggrava la situazione.

 

08

L’accesso all’informazione è accesso al potere. La tecnologia può contribuire in modo significativo a semplificare l'accesso alle informazioni, ridurre le barriere burocratiche, connettere chi ha bisogno di tutela con chi può offrirla. Nelle mani di avvocati, volontari e attivisti che già lavorano a contatto con le persone detenute e le loro famiglie diventa un moltiplicatore d’impatto.

 

09

Non si costruisce un’alternativa alla giustizia retributiva senza  coloro che l’hanno subita sulla propria pelle. Movimento Italiano Diritti Detenuti sceglie di co-costruire proposte, progetti e visioni insieme a persone con esperienza di detenzione. La loro presenza non è simbolica: è strutturale, perché nessuna riforma è credibile se nasce senza la voce di chi quella realtà l'ha abitata. 

 

10

Chiediamo un cambiamento culturale, solo così potremo farne un cambiamento strutturale. Non si esaurisce in una legge, in uno strumento, in una riforma. Chiedea ognuno di noi di guardare diversamente chi ha sbagliato, di vedere nella giustizia non la fine di una storia di punizione ma l’inizio di un percorso di riparazione. 

Il Movimento Italiano Diritti Detenuti è un'associazione senza scopo di lucro nata a tutela dei diritti delle persone private della libertà personale. Il nome racchiude una doppia lettura: "diritti detenuti" sono i diritti delle persone che si trovano in stato di detenzione, ma sono anche e soprattutto i diritti tenuti prigionieri, negati nella pratica pur essendo garantiti sulla carta. È proprio in questo scarto tra norma e realtà che si colloca il Movimento Italiano Diritti Detenuti, agendo su due fronti: la divulgazione, per sensibilizzare la società civile su  questi temi, e la promozione concreta di percorsi d’educazione, reinserimento e lavoro.  


Questo impegno affonda le radici in una visione della giustizia che va oltre il modello retributivo per abbracciare quello riparativo. Questo approccio pone al centro la ricomposizione dello strappo prodotto dal reato, coinvolgendo le persone che hanno offeso, le vittime e l’intera comunità in un processo orientato alla responsabilizzazione e, dove possibile, alla riparazione concreta del danno.

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