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Testimonianze
Sovraffollamento

Rocco Panetta

Persona ex-detenuta

Eravamo in diciotto dentro un cellone fatto per sei persone, con solo due bagni per tutti.

Nel 2012, a Reggio Calabria, undici corpi tra cui il mio venivano stipati in una cella dimensionata per la metà delle persone. Eravamo corpi, non persone. Lo spazio verticale era saturato da una quarta branda a castello: una lastra di ferro che arrivava a pochi centimetri dal soffitto, trasformando il posto letto in un loculo soffocante. 

I ricorsi legali dopo la Torreggiani non hanno scalfito il sistema; hanno prodotto solo lo spostamento dei detenuti da un istituto all'altro come merce di magazzino. L'unica modifica strutturale è stata la riduzione dei letti a tre piani, lasciando invariata la densità umana nel perimetro della cella.

La vita era scandita dal regime chiuso, con l'unica interruzione dell'ora d'aria. L'igiene era un lusso razionato: la doccia era permessa solo tre volte a settimana e rigorosamente durante l'ora del passeggio; questo imponeva il ricatto fisico tra il diritto a lavarsi e quello a respirare luce solare. 

A Vibo Valentia, l'erogazione dell'acqua era limitata a 45 minuti totali per sei persone. 45 minuti! Per non restare insaponati, la procedura era meccanica: un uomo si strofinava mentre il compagno usava il getto per sciacquarsi, alternandosi sotto il filo d'acqua in una corsa contro il tempo. 

A Rebibbia, diciotto persone dividevano un "cellone" da sei posti con soli due bagni. Un inferno. 

A San Vittore, in sei si occupava un buco progettato per due. Il pavimento spariva durante i pasti: non essendoci spazio fisico per stare tutti giù dai letti, si mangiava a turni. Chi terminava il pasto doveva risalire immediatamente sulla branda per liberare i pochi centimetri quadri necessari al compagno successivo. 

A Brescia, la calca proseguiva anche nei cortili, dove i detenuti più fragili o malati diventavano bersaglio di abusi fisici. Senza dignità, come si può capire il proprio errore?