A. F.
Familiare di persona detenuta
Mio figlio ha sbagliato e sta pagando, ma io sto scontando una pena per aver voluto bene a chi ha fallito.
La gente pensa che la pena finisca dentro quelle mura di cemento.
Non sanno che ogni volta che varco quel cancello, la condanna inizia anche per me. Io non ho mai commesso un reato, eppure ogni settimana divento un sospettato.
Tutto comincia fuori, in quella fila sul marciapiede sotto il sole o la pioggia, esposti allo sguardo di chi passa in auto e ti giudica come se la colpa di chi ami fosse scritta sul tuo cappotto. Poi entri, e quel rumore metallico della porta che si chiude alle spalle ti toglie il respiro: in quel momento smetti di essere un cittadino e diventi un numero.
La parte più dura sono le mani addosso. Toglierti le scarpe, alzare le braccia, lasciarti tastare da sguardi freddi che cercano qualcosa che non hai. Mi guardano negli occhi come se nascondessi un segreto pericoloso tra le pieghe della camicia.
Ti senti piccolo, umiliato. In quegli istanti le divise non vedono una persona onesta, vedono solo l'estensione di un reato.
Mio figlio ha sbagliato e sta pagando, ma io sto scontando una pena per aver voluto bene a chi ha fallito. Siamo detenuti a metà, puniti per un amore che non si spegne con una sentenza.
L’unica mia colpa è non averlo lasciato solo nel buio.