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Testimonianze
Sovraffollamento

Alessio Catalfamo

Persona ex-detenuta — Roma Rebibbia

Ancora oggi devi fare un processo per avere riconosciuti i tuoi diritti e sperare che il giudice di turno accolga la richiesta.

La realtà del sovraffollamento la vivi sulla tua pelle.  

Si traduce in cifre brutali: a Barcellona Pozzo di Gotto, in otto occupavamo una cella da quattro, disponendo di un’unica doccia. A Rebibbia, la densità era di sei persone in stanze da tre. L’ingresso a Termini Imerese è avvenuto in una cella per quattro persone totalmente priva di finestre; i colloqui erano mediati da vetrate integrali e l’unico contatto vocale era filtrato da un citofono. 

La convivenza forzata trasformava ogni gesto in una tattica di sopravvivenza: bisognava calibrare ogni movimento per non urtare gli altri, lavarsi solo quando i tempi tecnici lo permettevano e adattare il proprio corpo a spazi progettati per la metà degli occupanti. 

Nonostante la condanna della Corte Europea per i diritti dell’uomo, l’Italia impone ancora oggi a ogni singolo detenuto un processo per vedere riconosciuti i propri diritti fondamentali. Il mio ricorso ex Art. 35-ter (legge Torreggiani) è tuttora sospeso in un ciclo di rinvii d’udienza, nonostante io abbia già finito di espiare la pena.

Il trauma dello spazio era aggravato da una gestione dei trasferimenti che azzerava l'identità della persona detenuta. Affetto da cheratocono bilaterale, ho subito due trapianti di cornea mentre ero in carico al sistema penitenziario. Sono stato spostato per quattro volte tra Barcellona Pozzo di Gotto e Roma Rebibbia. Ogni trasferimento comportava il reset totale della posizione amministrativa: dovevo richiedere nuovamente i permessi per le telefonate, i colloqui e l’ingresso dei pacchi familiari, come se fossi un nuovo giunto dalla libertà, ignorando anni di carcerazione pregressa. 

La burocrazia ha calpestato anche i momenti finali della vita familiare: quando mio padre è morto, non sono stato trasferito per le esequie al cimitero per "mancanza di personale", nonostante l'autorizzazione del giudice. Per il funerale di mia madre, sono stato portato in chiesa e immediatamente richiuso in cella subito dopo la funzione. 

Anche la salute fisica era gestita con freddezza: dopo gli interventi chirurgici agli occhi in anestesia totale, venivo riportato direttamente nella cella comune, senza alcuna convalescenza in ambiente protetto, costretto a gestire il post-operatorio nella confusione della massa.