S.A.
Persona ex-detenuta — Roma
Non ho mai detto che il carcere mi ha salvato. Ho detto che dentro ci ho trovato un libro. Avrei voluto trovarlo prima.
Sono cresciuto al Brancaccio. La scuola non capivo a cosa servisse — intorno a me nessuno che ne avesse tratto qualcosa. I modelli erano altri. Il riformatorio era quasi un rito d'iniziazione: ci sei stato? Allora sei dei nostri.
Non voglio dire che non avevo scelta. Ce l'avevo. Ma le scelte si fanno con quello che hai intorno, con quello che pensi sia possibile. E io, quello che pensavo possibile, era molto poco.
In carcere, quasi per caso, ho trovato una biblioteca e un professore che ci veniva due volte a settimana. Ho cominciato ad ascoltarlo perché non avevo niente di meglio da fare. Poi ho cominciato a leggere. Poi a scrivere. Ho scoperto che c'era qualcuno che aveva messo in un libro posti come il mio, vite come la mia — e le aveva considerate degne di essere raccontate. Fino a quel momento non mi era mai passato per la testa che qualcuno potesse farlo.
Ma non è il carcere che mi ha dato quella possibilità. Me l'ha data quel professore, quei libri. Cose che avrei potuto incontrare a quattordici anni, in un centro, in una biblioteca di quartiere, in un percorso diverso. Invece le ho trovate a ventisette, in una cella. E nel mezzo ci sono anni che non recupero.
Il carcere non cura e non ripara. Quello che mi chiedo ancora oggi è semplice: perché ho dovuto aspettare così tanto? Perché nessuno ci ha provato prima?
Oggi lavoro con ragazzi che vengono da posti come il mio. Li guardo e penso che la loro storia non è già scritta. Ma che qualcuno deve decidersi a cambiarla prima che tocchino il fondo. Perché aspettare che ci arrivino — come ho fatto io — non è giustizia. È abbandono.