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Testimonianze
Diritti negati

Barbara Antonina

Persona ex-detenuta — Rebibbia

Il mio viaggio nell’inferno di Rebibbia da innocente

Il primo giorno mi sono presentata in tribunale senza una borsa, senza un cambio, senza niente. Ero innocente, e nutrivo una fiducia quasi infantile nel fatto che la giustizia fosse un faro, un porto sicuro. Pensavo che la giustizia proteggesse chi non ha colpe. 

Mai avrei immaginato che da quell’aula non sarei uscita libera, ma sarei finita inghiottita dall’abisso di una cella del carcere femminile di Rebibbia. Mai avrei pensato di vivere sulla mia pelle l’incubo che ha travolto grandi vittime dell’errore giudiziario italiano, come Enzo Tortora. E invece mi sono ritrovata lì, schiacciata da un’accusa assurda e da una condanna ingiusta, poi cancellata: sono stata prosciolta perché il fatto non sussiste. Ma la ferita resta indelebile. 

Condannata da un foglietto. 

La presunta prova della mia colpevolezza? Un pezzo di carta con una grafia. Ero così sicura della verità, da acconsentire subito all’analisi calligrafica, convinta che sarebbe stata affidata a un perito. Invece no: la stessa presidente della Corte ha deciso, da sola, nel giro di pochi minuti. Senza perizia, lei ha deciso il mio destino. In aula, con il microfono rimasto accidentalmente acceso, tutti abbiamo sentito la frase che ha gelato la sala: “Che vi avevo detto? La scrittura è la sua”. Per un secondo ho creduto di essere vittima di una puntata di “Scherzi a Parte”. Mi guardavo intorno, scrutavo ogni angolo dell'aula cercando le telecamere nascoste, convinta che da un momento all'altro sarebbe uscito qualcuno a dirmi che era tutto un gioco. Ma il gelo che seguì a quelle parole mi fece capire, con un peso insostenibile, che non c’era alcun copione, nessuna telecamera e nessun regista pronto a fermare l'assurdo: era tutto terribilmente vero. 

Come può un giudice influenzare così il collegio? Come si può dichiarare colpevole una persona basandosi su un’impressione? Ancora oggi queste domande mi risuonano dentro.

Il mio mondo e quello della mia famiglia sono crollati in un istante. Rebibbia: l’inferno quotidiano.

Mi hanno portata a Rebibbia senza darmi il tempo di realizzare. Non mi è stata concessa nemmeno una telefonata per salutare mia figlia minorenne, alla quale avevo detto: “ci vediamo tra poco” e non mi è stato consegnato alcun foglio informativo su come comportarmi in carcere, sui miei diritti o sulle regole da seguire, visto che ero incensurata ed entravo per la prima volta in prigione. Per i primi tre giorni, sono stata in isolamento, chiusa 24 ore su 24.  Nessuna delle guardie carcerarie mi ha mai chiesto come stessi, nemmeno per un istante. Per loro non ero una persona che viveva lo shock di un arresto da incensurata, ma solo un numero di matricola da gestire: nessuna empatia, nessun interesse, solo il vuoto assordante di chi ha dimenticato cosa significhi trattare un altro essere umano.

Al medico assegnato ai detenuti in isolamento, che si limitava a passare sbrigativamente dietro le sbarre senza mai aprire il blindo, dissi che avvertivo un forte dolore alla gola e faticavo a respirare. La sua unica risposta fu propormi una visita psichiatrica, insistendo per somministrarmi subito un 
calmante. Rifiutai, terrorizzata all’idea di diventare dipendente da farmaci che non conoscevo e che non avevo mai assunto in vita mia. Ho detto: “No grazie, sono contro la droga. Non voglio psicofarmaci”. 

“Signora, gli psicofarmaci non sono droga!”, mi ha risposto indignato. E invece lì dentro sono la soluzione universale, la bacchetta magica che placa, addormenta, annienta. Quando finalmente sono entrata nel reparto, l’ho capito: i farmaci servono a sedare, a rendere gestibili esseri umani ridotti al limite. Appena entrata, ho chiesto un kit igienico - spazzolino, dentifricio, sapone. Non ero preparata, non avevo niente. 

La risposta è stata surreale: “È domenica, la Caritas non è passata”. Solo chiedendo un colloquio con la direzione, come per magia, tutto ciò che era “non disponibile” è comparso. Io sono un’imprenditrice, so farmi ascoltare. Ma le altre? Quante donne entrano lì dentro senza voce, senza forza, senza diritti? In una cella progettata per una persona eravamo in quattro, tra fumo, caldo asfissiante e la paura costante di morire arse vive a causa di chi, stordita da dosi massicce di metadone e farmaci, addormentandosi, dimenticava sigarette accese sui materassi. 

Ogni finestra era una benedizione: chi dormiva sul letto a castello vicino all’unica apertura riusciva a respirare; gli altri soffocavano nel caldo, nel sudore, nel fumo. Io non fumo, ma tutte le mie compagne sì.  Ho avuto attacchi d’asma più volte. 

Mi sono iscritta alle visite mediche, ma non sono mai stata chiamata: mancano i medici, mancano gli strumenti, manca tutto. E intanto, tre volte al giorno, il carrello dei farmaci passa e distribuisce antidepressivi come fossero caramelle. 

Un business immenso, mentre lo Stato risparmia su tutto ciò che davvero servirebbe per curare, riabilitare, rieducare. Il carcere con un sovraffollamento del genere, rovina non solo la salute   mentale, ma soprattutto fisica per chi è costretto al fumo passivo degli altri, perché in nessun istituto penitenziario esistono le zone per non fumatori. Questa cosa la reputo di una mancanza di rispetto e di inciviltà inaudita. Il carcere non sostiene programmi di disintossicazione anche da questa dipendenza, perché è un altro grandissimo business valido per lo Stato: la vendita del tabacco. Per non parlare del rumore straziante delle chiavi, quando ti chiudono il blindo e fanno un rumore infernale… quel rumore è insopportabile. Il rumore metallico delle chiavi e del blindo che si chiude è qualcosa che non si dimentica più. 

Le mura sono grigie. Il grigio aumenta la depressione, e la depressione aumenta il consumo di psicofarmaci. Un circolo vizioso perfetto. Là dentro si soffre moltissimo per ogni cosa. Hai paura di ammalarti perché mancano i medici. Hai paura che i tuoi parenti non fanno in tempo a venire a trovarti, perché bastano pochi minuti di ritardo per non farli entrare. 

La maggior parte della società è più sicura buttando via la chiave, non sapendo che  il carcere deve essere un luogo dove si sconti la pena cercando di recuperare valori e metabolizzando gli errori del passato, solo così si può uscire consapevoli della propria coscienza. Solo così la società avrà maggior sicurezza per tutti, restituendo persone valide, consapevoli e pronte ad affrontare la loro nuova vita lontana dagli errori e dagli sbagli che hanno commesso.  

Privacy zero: documenti, lettere e oggetti personali alla mercé di chiunque. Quando le detenute escono dalla cella, nulla è al sicuro: documenti, lettere, oggetti personali… chiunque può leggerli, toccarli, farli sparire. Non esiste tutela, non esiste protezione, non esiste rispetto. 

La paura più grande: essere ferita da chi sta peggio di te. La mia grande fortuna è stata dormire sul letto superiore, vicino alla finestra. 

La mia grande paura, invece, era la ragazza che dormiva sotto: tossicodipendente, si addormentava con la sigaretta accesa dopo la dose di metadone. Più volte le lenzuola hanno iniziato a bruciare. Io temevo di morire così: arsa viva in un carcere in cui non sarei mai dovuta entrare. Ai miei figli non ho mai raccontato nulla. Nelle lettere descrivevo un’altra realtà per non farli soffrire. Carcere: luogo di pena, non di tortura. Ma oggi è tutto il contrario.

La maggior parte della società crede che dietro le sbarre stiano persone “da buttare la chiave”. Un’idea comoda, ignorante, crudele. Chi non è mai entrato in un carcere dovrebbe solo tacere. 

Perché solo chi lo ha visto da dentro capisce cosa significhi essere: privati dell’aria, del sonno, della salute rinchiusi con persone in crisi, violente, distrutte, fragili …Trattati come animali da allevamento, non come esseri umani. Il carcere dovrebbe rieducare, non annientare. Dovrebbe dare strumenti, non psicofarmaci. Dovrebbe restituire cittadini migliori, non fantasmi senza vita. Io sono uscita, prosciolta, riconosciuta innocente. Ma so che molte donne vivono ancora là dentro in condizioni disumane che la società ignora. E questa consapevolezza mi lacera: quando stavo per uscire, guardandole negli occhi, mi sono sentita in colpa, come se stessi abbandonandole in un inferno da cui io sola avevo avuto la fortuna di scappare. Io invece, grazie alla straordinaria bravura del mio difensore, e alla presenza di una giudice onesta - una di quelle che ti fanno ancora credere nella giustizia, ormai prossima alla pensione- sono finalmente uscita. 

Un pezzo del mio cuore è rimasto lì dentro, con loro. Donne che non hanno voce, che non hanno mezzi, che non hanno un avvocato che le difenda davvero, e che ogni giorno scontano non solo la pena, ma l’abbandono di un Paese che preferisce voltarsi dall’altra parte. Sono invisibili: ed è proprio nell’invisibilità che lo Stato permette che certe ingiustizie continuino a consumarsi, indisturbate. Il carcere così com’è non rende la società più sicura. La rende solo più cieca. E finché non lo capiremo, continueremo a costruire mostri non tra i detenuti, ma tra le nostre indifferenze. Ministro Nordio e la realtà del sovraffollamento…Dire che il sovraffollamento “aiuta a prevenire i suicidi” è una vergogna. La realtà è che chi vuole farla finita trova comunque il modo, perché la maggior parte delle coinquiline è sedata al punto da non accorgersi nemmeno se passasse un carro armato. Il sovraffollamento non salva: distrugge. Da un ex magistrato mi aspetto conoscenza dei fatti, non dichiarazioni così lontane dalla realtà. Basta con questa narrativa ridicola e offensiva. La luce arriva dai volontari.

La salvezza in un quaderno: l’ascolto di Rita Bernardini. Rita Bernardini è stata per me un esempio. Entrata in sezione per un’ispezione, mi ha ascoltata, prendendo appunti sulle mie difficoltà quotidiane. In quel gesto ho visto speranza: ho capito che non tutto è perduto, che qualcuno sa ancora ascoltare. In questo sistema dove la solitudine è la tortura più atroce e la voce delle detenute è costantemente soffocata, ho incontrato **Rita Bernardini**. Lei si è distinta nettamente per il modo in cui ascoltava: con un’attenzione profonda, rara, che ti faceva sentire di nuovo una persona. 

Il suo quaderno era per noi detenute una sorta di salvezza. Mentre annotava meticolosamente ogni nostra problematica e ogni ingiustizia subita, ci rendevamo conto che quello era l’unico spazio al mondo in cui qualcuno ci stava ascoltando davvero, senza pregiudizi. Quel quaderno non raccoglieva solo denunce, ma restituiva dignità a chi veniva trattata come un numero. In un luogo dove nessuno ti ascolta veramente, la dedizione di Rita è stata l’unico barlume di umanità. 

E poi un giovane volontario del Comune di Roma mi ha donato un “kit di sopravvivenza” con ciabatte e prodotti per l’igiene. Per molti sarebbe poco, ma per chi non ha nulla è vita. Quando gli ho chiesto solo un paio di ciabattine per la doccia, probabilmente gli ho fatto pena e ha tirato fuori tutto ciò che aveva. Quel gesto semplice è stato immenso. Nei loro occhi ho visto l’umanità che il carcere cerca di cancellare. A loro va la mia infinita gratitudine. 

Sono uscita, prosciolta, grazie alla tenacia del mio difensore, l’avvocato Stefano Giordano, e a una giudice onesta purtroppo attualmente in pensione, che ha saputo guardare oltre il pregiudizio. Ma quando ho varcato il cancello, ho provato un senso di colpa lacerante guardando negli occhi le donne che restavano, abbandonate in un inferno che la società finge di non vedere. 

Il carcere non deve essere un luogo di annientamento o di tortura, ma un luogo di rieducazione. Finché continueremo a trattare gli esseri umani come animali da allevamento e a sostituire i diritti con gli psicofarmaci, non avremo giustizia, ma solo oblio. Il mio viaggio nell’abisso mi ha insegnato che il tempo della retorica è finito: è il momento di smantellare questo sistema e ricostruirne uno degno di un Paese civile. 

La sofferenza condivisa crea legami invisibili ma forti. Quando respiri la stessa aria, subisci le stesse ingiustizie, la sofferenza dell’altra diventa un po’ anche tua. In quel disumano ho trovato solidarietà, coraggio e umanità: donne che si dividono un pacchetto di biscotti come fosse oro, che si sorreggono a vicenda quando la porta sbatte e sembra di impazzire. Non ho paura di offendere nessuno nel raccontare ciò che ho vissuto. Vorrei solo dire che chi è trattato come un animale spesso conserva più cuore di chi tiene le chiavi della gabbia. 

Questa mia  testimonianza pone un interrogativo urgente: quanto la mancanza di ascolto e di tutela reale trasforma il carcere in un luogo di annientamento anziché di rieducazione?